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"L'idiota di famiglia" è il nuovo romanzo di Dario Ferrari: con ironia il racconto privato si intreccia a quello collettivo. L'intervista

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Igor ha superato da poco i 40 anni, vive a Roma con la compagna Marta e un gatto, e si mantiene grazie alle parole. Meglio, con le parole degli altri. È un traduttore, fa un mestiere invisibile e laterale e passa le giornate chino su testi spesso mediocri. Con una sola eccezione: i lavori del sommo Badwalds, autore di culto, di cui è diventato quasi per caso la voce italiana.

È da questa posizione defilata, ironica e frustrata che prende forma L’idiota di famiglia, il nuovo romanzo di Dario Ferrari. Che ha, però, dei sussulti. La routine apparentemente immobile di Igor è destinata a spezzarsi per un’interruzione di gravidanza della compagna che mette in crisi l’equilibrio della coppia. Marta, che ha abbandonato una carriera accademica, spinta da un professore che le aveva sottratto spazio e futuro, si reinventa nel corso del romanzo saggista femminista di successo, mentre Igor si trova costretto a fare i conti con la propria invidia e la paura di essere rimasto indietro.

A questa ferita se ne aggiunge un’altra: la demenza del padre del protagonista, Franco Nieri, detto Herr Professor. Intellettuale post-marxista, sosia di Adorno, l’uomo si dissolve progressivamente, lasciando dietro di sé ossessioni e ricordi. Tornato a Viareggio per assisterlo, Igor si troverà a ricomporre i frammenti di una vita segnata da ambizioni politiche e sogni mai realizzati.

Dario Ferrari, 43 anni, nato a Viareggio, vive a Roma con la moglie e i due figli. Il suo nuovo romanzo si intitola L’idiota di famiglia (Sellerio). Con il precedente, La ricreazione è finita, ha vinto il premio Flaiano per la narrativa

Con sarcasmo e ironia, Ferrari, autore del bestseller La ricreazione è finita, romanzo che indagava i conformismi e i ricatti morali del mondo universitario, torna a intrecciare il racconto privato con quello collettivo, attraversando il Novecento, dalla caduta del Muro di Berlino alla discesa in campo di Berlusconi in Italia, con un’escursione sulle “Tre giornate di Viareggio” del 1920.

Ne nasce un libro sospeso tra satira del mondo editoriale, storia politica e affresco familiare. «È un’autobiografia disseminata», dice Ferrari all’inizio di questa intervista. «In Igor c’è qualcosa di me stesso: come lui, almeno per un decennio, ho fatto il traduttore di bassa lega, lavorando su testi non particolarmente importanti. Ma anche nel padre, un insegnante un po’ rigido di storia e filosofia, c’è in parte ciò che sono io adesso».

Ci spieghi, innanzitutto, il significato di “idiota di famiglia”.

Ha due accezioni. In quella più brutale, è la persona che non capisce, che travisa costantemente se stesso e gli altri. Poi c’è quella più alta, dostoevskiana: l’idiota è uno che si dà completamente a una causa senza corazze, senza costrutti teorici, perché sa istintivamente dove sta il bene. È un’etichetta che nel corso della narrazione si può adattare a più personaggi. Il padre, per esempio, dice di se stesso: “Sono finito per essere io l’idiota di famiglia”. Ma anche Igor, l’intellettuale, sempre considerato tale, scopre di esserlo veramente nelle sue elucubrazioni fuori fuoco.

E lei si è mai sentito un idiota?
Parafrasando Raffaello Baldini, poeta, potrei dire che “la battaglia contro l’idiozia comincia da se stessi”.

Quanto le somiglia Igor?
Spero di essere un po’ meno cupo, depresso e rancoroso del mio personaggio. La letteratura, per chi scrive, è anche un modo di esorcizzare le proprie paure. Io temo l’invidia, un sentimento terrificante, che rovina la vita. Igor la combatte. Spero, così, di averla, appunto, esorcizzata. Per il resto, su mille tic e idiosincrasie, il protagonista e io siamo simili.

Che cosa ha scelto consapevolmente di non raccontare di sé?

Le parti più significative della mia vita attuale: il fatto che sono uno scrittore e un insegnante e che passo il 70 per cento del tempo a crescere i miei figli. Tutto questo non fa parte della vita di Igor.

La cover del nuovo romanzo di Dario Ferrari L’idiota di famiglia (Sellerio, pag. 500, euro 18). Igor, traduttore quarantenne, si muove tra le storture del mondo editoriale e una crisi personale. Deve far fronte al padre che invecchia e a una vita di coppia provata da un’interruzione di gravidanza

Perché ha deciso di parlare di un padre che perde lucidità?

Volevo restituire la difficoltà di comunicazione tra generazioni, soprattutto tra i familiari, le persone che paradossalmente conosciamo meno. Talvolta è quando viene meno la parola che si apre uno spazio di comprensione più profondo. Come accade, nel romanzo, grazie a un testo lasciato dal padre di Igor.

Che lei inserisce dentro il romanzo. Com’è nato?

Si ispira a una storia reale, raccontata anche da Mario Tobino, sulle “ Tre Giornate di Viareggio” del 1920. È una vicenda così assurda ed evocativa che mi sembrava perfetta per farne l’ossessione del professor Nieri nel momento in cui perde lucidità: è una favola, un delirio politico e familiare insieme.

Il suo sguardo sul mondo editoriale è sempre sarcastico. Difesa o snobismo?

Spero non snobismo. Ho girato tanto, ho fatto presentazioni, frequentato premi, festival eccetera, ma sentendomi sempre un outsider, quello che non era sicuro di far parte della festa. Questo sguardo marginale mi ha consentito di mettere in scena, con ironia e umorismo, certi vezzi.

Il successo di Marta sbilancia l ’equilibrio di Igor.
Marta riesce a “svoltare”, cosa che per il protagonista è impensabile. Igor è abituato a osservare la sua generazione rinunciare ai sogni. Vede che la sua compagna, dopo una serie di batoste, riesce ad affermarsi e questo lo spiazza. Poi, però, impara a farci i conti.

Non senza passare attraverso la famigerata invidia.
Sì, impiega tutto il romanzo per rimuoverla e trasformarla in ammirazione. Quel sentimento può assumere molte forme, ma va sempre braccato con un lavoro razionale, perché non ha nulla di positivo. È come la gelosia, ha soltanto una dimensione distruttiva, bisogna smontarla pezzetto dopo pezzetto.

Affrontando il tema del rapporto di coppia, ha voluto indagare più sul perché si incrina o sul perché resiste?

Entrambe le cose. Mi interessano sia i movimenti disgregativi, che portano alla lacerazione, sia le forze che spingono a tenere duro, ad andare oltre le contingenze.

La scena dell’ospedale in cui Marta subisce un raschiamento per un aborto spontaneo è, a mio avviso, una delle più strazianti.

Volevo che fosse percepibile un lutto che spesso non si comunica. Di fronte a un’esperienza dolorosa, si tende a isolarsi. Mentre condividere rende tutto più sopportabile.

“È il mio corpo che ha fallito”, dice la donna. E Igor fatica a consolarla.

Un uomo, escluso dal processo fisico, può percepire una distanza emotiva dalla compagna e sentirsi impotente. Ci vogliono dedizione, rinuncia all’egoismo e disciplina per imparare a compatire e a riuscire a comprendere la sofferenza dell’altro.

Che cosa significa per una coppia perdere un figlio prima che nasca? Abdicare a tante proiezioni. Con il figlio, muore una serie di vite possibili, fantasticate insieme. È importante come viene elaborato il lutto. Può diventare un’esperienza che rafforza il legame e l’amore o trasformarsi in un momento di frattura profonda, talvolta impossibile da ricomporre.

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