Ne abbiamo seguito l’irresistibile ascesa, il dominio commerciale, lo splendore mondano e poi il lento declino. Ma non sappiamo come tutto è davvero cominciato. Ora, con L’alba dei Leoni, Stefania Auci completa la cornice della saga della famiglia Florio, iniziata con I Leoni di Sicilia nel 2019 e proseguita con L’inverno dei Leoni due anni dopo. Il lavoro è un recupero delle radici, che permette di comprendere l’origine di una delle dinastie più emblematiche del Sud, prima ancora che nascesse il mito.
«Percepivo ancora galleggiare dentro di me dei frammenti, cose non dette continuavano a chiamarmi e sentivo il bisogno di raccontare ancora», ci spiega in questa intervista l’autrice, nata a Trapani e oggi di casa a Palermo. Da qui il progetto di riportare alla luce gli anni più remoti della celebre dinastia.
La vicenda inizia a Bagnara Calabra, nel 1772, un paese sospeso tra l’Aspromonte e il Tirreno, dove la vita quotidiana è scandita da un’economia artigianale. In quel territorio si muove la famiglia Florio: Vincenzo fa il fabbro e il maniscalco e intanto Rosa cresce i loro sei figli. Le loro esistenze poggiano sull’orgoglio del lavoro e del nome, finché il destino non infrange il quadro. Prima, c’è la fuga del secondogenito Francesco, ribelle e sognatore, che viene sequestrato dai banditi; poi, arriva il terremoto che riduce in macerie case, uomini e speranze; infine, ecco la promessa di un futuro migliore, al di là dello Stretto.
Trapanese, Stefania Auci, 51 anni, oggi vive a Palermo. I Leoni di Sicilia, il suo primo romanzo dedicato alla saga dei Florio, è stato tradotto in 42 Paesi (foto Botega)
Nel 1799, quando gli ultimogeniti Florio – Paolo e Ignazio – approdano a Palermo, ignorano quale sarà il loro destino, ma sanno che avranno la forza di imporsi nel nuovo mondo. Hanno tenuto testa a un padre autoritario, affrontato la disperazione seguita al crollo di ogni certezza e i ricordi dolorosi delle persone che hanno perso. Per diventare – come nello stemma della famiglia – i “Leoni di Sicilia”.
L’intervista di Amica a Stefania Auci
Nel nuovo capitolo, affronta un periodo meno prestigioso rispetto ai precedenti romanzi della saga.
È una storia più aspra. Parliamo di fabbri e artigiani che vivono in un contesto duro, come la Calabria del Settecento. Bagnara era una piccola enclave attiva dal punto di vista commerciale, grazie soprattutto al lavoro delle donne con sete e velluti. Ma il terremoto del 1783 spazza via tutto, annientando una struttura sociale già fragile.
È così che nasce la scelta dei fratelli Florio di migrare in Sicilia?
Sì, ma nel romanzo questo avviene solo alla fine. Il libro inizia con la nascita di Paolo, che, come il fratello Ignazio, è costretto a diventare adulto in fretta: alla morte della madre Rosa, il padre si risposa con Giovanna, una donna fredda e distante, e la famiglia si disgrega.
Come fanno due giovani calabresi senza istruzione a creare un impero come quello dei Florio?
Con volontà, fatica, ambizione, intuito commerciale e – lo ripeto sempre – un pizzico di fortuna. La loro forza è stata riconoscere e sfruttare ogni spiraglio possibile per fare affari.
Qui inizia l’avventura. In L’alba dei Leoni, Stefania Auci racconta le vicende della famiglia Florio a Bagnara Calabra, prima dell’approdo a Palermo. E di come due fratelli, Paolo e Ignazio, nonostante molte avversità, siano riusciti a diventare i “Leoni di Sicilia” (Editrice Nord, pag. 464, euro 22)
Su quali fonti poggia la sua ricostruzione?
Molti archivi, purtroppo, sono andati distrutti dai terremoti. Fondamentali restano gli studi di Orazio Cancila e la Storia di Bagnara Calabra del canonico Antonino Gioffré. Inoltre, ho visitato i luoghi di cui parlo.
A che cosa le è servito?
Ho compreso che la percezione fisica dell’orografia ha fortemente condizionato l’evoluzione delle personalità e della società. E mi sono imbattuta in una sorta di rimozione collettiva del trauma del terremoto, che ha causato un senso di colpa nei sopravvissuti. Un nodo emotivo che ho voluto rispettare.
Il sequestro di Francesco da parte dei briganti è avvenuto davvero?
È un’invenzione, ma nasce da testimonianze del primo Ottocento sulla presenza dei banditi nell’area: era forte e, sorprendentemente, molti gruppi erano capeggiati da donne. Nelle zone marginali la parità a volte esisteva più che in città.
Come ha fatto a colmare le lacune storiche?
Con l’immaginazione, mantenendomi però sempre dentro un perimetro di rispetto. Quando si raccontano vite reali, la prima regola è non tradirle.
È stato difficile rappresentare il fondatore – Paolo – da giovane?
Riprendere in mano quel personaggio e rielaborarlo è stato come raccogliere i fili dispersi di una storia. Mi ha dato la possibilità di esporre le ragioni per cui mostrava un carattere difficile: alle spalle aveva un’infanzia e un’adolescenza segnate da dure prove. Esperienze così profonde finiscono inevitabilmente per modellare la personalità e lasciano tracce indelebili.
Nel romanzo ci sono anche molte protagoniste.
Sì. E mi sono sforzata di non idealizzarle: tutte vivono in un contesto chiuso, governato dal potere economico maschile, più ostile rispetto a quello di oggi. Mi sono focalizzata sul peso dello sguardo degli uomini sul corpo delle donne, da cui deriva spesso un giudizio di valore o di disvalore. Per esempio, Giovanna, la seconda moglie di Vincenzo, nasce libera, ma viene schiacciata da strutture sociali rigide e dalla crudele mentalità dell’epoca: se non generi figli, sei considerata merce fallata.
C’è un personaggio femminile che sente più vicino?
Petronilla, la moglie di Francesco, salvata dai briganti proprio dal marito. La sua personalità mi è affine: è coraggiosa, risoluta e ha una visione moderna dell’amore.
Il rapporto di sorellanza tra le Florio è reale?
È plausibile. Tra quelle donne esistevano relazioni economiche e affettive che duravano negli anni. Erano loro a tenere insieme i pezzi della famiglia e a farla funzionare come un corpo compatto.
La violenza della logica patriarcale è molto presente nel racconto.
Ai tempi era vissuta come una dinamica normale nella famiglia e nella coppia. Credo che solo negli ultimi 20 anni le donne abbiano cominciato davvero a riconoscerla.
Giuseppina sposa Paolo invece del fratello, da cui era attratta. Il loro non era un matrimonio basato sulla passione, dunque.
Questa non è una storia sentimentale, ma di famiglia. Nei capitoli precedenti della saga l’amore comunque è presente. Nel caso di Giulia è dettato dalla pazienza e dalla resilienza, in quello di Franca è figlio di tradimenti, che l’hanno condotta a una radicale disillusione.
Lei ha scritto anche romanzi rosa.
E ne vado fiera. Sono stati una palestra fondamentale: mi hanno insegnato ritmo, struttura, disciplina narrativa.
E che cosa ha imparato dal suo lavoro di insegnante di sostegno?
La pazienza, una virtù che non possedevo, e un’attenzione diversa verso le persone. Anche la scrittura mi ha aiutata a mettere ordine nel caos.
Come vive la realtà di oggi? Da siciliana, che opinione ha, per esempio, del ponte sullo Stretto?
È un’opera inutile e pericolosa. La storia sismica di quell’area, attraversata da faglie importanti e da micro-faglie superficiali, parla da sola.
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