Da Gucci tutto inizia con un preambolo magistrale. Agli eletti arriva una scatola da gioielli dove giace un mesto biglietto incastrato come un solitario: un manifesto del cinico e dolce Demna, un’ironia amara ma necessaria per salvare l’azienda dal torpore di un’eleganza stantia.
La sfilata “Primavera” si consuma in una riproduzione allucinata del Foro Italico, un trionfo di statue monumentali. L’autore sa perfettamente che l’unica via per riprendere quota è spaccare l’opinione pubblica, fingere di sguazzare nel trash più corrivo mantenendo intatta la prosopopea di chi plasma le regole del lusso. Ecco un abito minuscolo di candida calzetteria ininterrotta, materia che un tempo avremmo derubricato a indumento dozzinale, oggi innalzato a feticcio concettuale.
I vestiti (tranne una manciata, perché Demna la moda la sa fare, eccome) sono regrediti ad accessori degli accessori, volumi concepiti solo per far da impalcatura ai idoli del profitto: calzature e borse. La narrativa delle silhouette aerodinamiche elevate a modernità cela la vertigine speculativa di questa resurrezione. La clientela snobberà le magliette fluide o l’abito scivolato che evoca maldestramente la Nascita di Venere, ma ingaggerà lotte per accaparrarsi la borsa Bamboo dal manico in pelle flessibile, le sneaker Manhattan o i mocassini Cupertino e Giovanni.
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